Sachiko si fermò appena fuori del portone.
Sapeva di dover entrare e parlargli. Se fosse rimasta lì ferma senza fare nulla, si ripeté tra se e se, avrebbe rimpianto questo momento per tutto il resto della sua vita. Sua madre aveva ragione. Shinichi stava per partire per un lungo viaggio, e non c'era nemmeno la sicurezza assoluta che potesse tornare, in futuro. Il minimo che poteva fare era andare a salutarlo.
Ma doveva essere forte, pensò. Non doveva dimostrarsi debole e insicura, e soprattutto, non doveva piangere. Solo le femminucce piangono, e lei non lo era di certo, pensò. Questa era la scelta che lui aveva fatto, e non c'era nulla che lei potesse fare per cambiare le cose. Poteva solo essere gentile con lui, almeno un'ultima volta, e salutarlo per augurargli un buon viaggio.
Con questi pensieri in mente, Sachiko chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Quindi, raccolto tutto il coraggio di cui era capace, aprì il pesante portone ed entrò finalmente in palestra.
Shinichi era lì, in fondo alla stanza, volto di spalle rispetto a lei, seduto sul pavimento a gambe incrociate. Stava semplicemente seduto lì, in silenzio, con la testa puntata verso il piccolo altare sospeso. Il suo sacco, l'ultimo bagaglio che gli era rimasto da caricare, stava in piedi accanto a lui, immobile come il suo proprietario.
Appena lo vide, il cuore di Sachiko ebbe come un sussulto. Vederlo così, silenzioso e immobile, così diverso rispetto al suo solito, le fece pensare per un attimo a quanto dovesse sentirsi triste nel doversene andare. Finora si era preoccupata solamente di come si sentiva lei, ma si era mai chiesta che cosa pensasse lui, di cosa gli passasse per la testa? No, non l'aveva fatto, e questo la fece star male.
Rimase a fissarlo per alcuni interminabili secondi, fino a che non realizzò che rimanere là impalata non avrebbe risolto nulla. Si avvicinò quindi verso di lui a brevi, lenti e incerti passi, deglutendo a fatica mentre cercava disperatamente di inventarsi un modo per poter iniziare un qualunque tipo di discorso. Qualsiasi cosa, pur di poter sentire la sua voce. Shinichi, nel frattempo, quasi a farlo apposta, si stava giusto rialzando, senza mai staccare gli occhi dal piccolo altarino, che ormai gli era diventato così familiare. Fece quindi un lungo sospiro e, afferrato il sacco che giaceva accanto a lui, se lo caricò sulla spalla.
Ma proprio quando stava voltandosi per andarsene, i suoi occhi incontrarono quelli di Sachiko. E nel vederla, il suo cuore si strinse, bloccandogli per un attimo il respiro in fondo alla gola.
"He-Hey..." disse, con un filo di voce. "C-Ciao..." gli rispose lei, con ancora meno voce di lui. Entrambi distolsero lo sguardo e fissarono il pavimento, troppo tesi e imbarazzati per poter proferire altro. Shinichi si maledisse. Come era possibile che lui, un ragazzo così forte e sicuro di se, non riuscisse nemmeno a parlare in una situazione simile? Insomma, tra loro due era lui l'uomo! Che figura ci avrebbe fatto a starsene lì in silenzio e a guardarsi i piedi? Del resto, si trattava semplicemente di dire qualcosa. Qualsiasi cosa, pur di sentire la voce di lei. Si decise quindi a parlare ma, inaspettatamente, Sachiko prese la parola prima di lui.
"E così... stai partendo?" chiese. Che razza di domanda idiota, pensò la ragazza subito dopo. Era OVVIO che stava partendo. Che accidenti ci faceva altrimenti fuori da casa loro un furgone con il retro pieno di pacchi e bagagli? "G-Già, infatti..." rispose lui. Accidenti, che loquacità, pensò. E meno male che era un uomo!
Ma non c'era nulla da fare, era tutto troppo difficile. E così, entrambi tornarono a fissare le assi del pavimento della palestra per altri interminabili istanti. Sachiko non sapeva che cosa fare. Aveva raccolto tutto il coraggio di cui disponeva per prendere l'iniziativa del discorso, ma non era bastato. Il silenzio regnava ancora sovrano tra di loro. Che cosa avrebbe dovuto fare lei? Gettarsi in lacrime ai suoi piedi e implorarlo di restare con lei? Per un attimo Sachiko rischiò di mettersi addirittura a ridere al solo pensiero. Delle cose così ridicole capitano solo nei film. E la vita, purtroppo, non è per niente un film.
"E' curioso, non è vero?" la voce di Shinichi la riscosse. "Che... che cosa?" gli chiese lei, più incuriosita che sorpresa. Il viso del ragazzo era ora volto di lato, e fissava un punto inesistente nell'aria alla sua sinistra. I suoi occhi avevano un nonsochè di strano nella loro espressione. Sembrava essere più stanchezza, che tristezza vera e propria.
"Il fatto che me ne sto andando tanto velocemente quanto sono arrivato" disse, con lentezza. "E' davvero curioso
" riprese. "Ogni cosa nella mia vita è stata fatta di fretta, anche le cose per le quali avrei voluto spendere più tempo. Per le quali avrei DOVUTO spendere più tempo
" concluse, abbassando di nuovo la testa.
Dove voleva arrivare? si chiese Sachiko. Stava forse dicendo che avrebbe voluto passare più tempo con lei? Che avrebbe voluto avere a disposizione più tempo per dirle addio in maniera migliore? Per dirle che forse sarebbe potuto non tornare, e che forse loro due non si sarebbero visti mai più? Già, era davvero curioso, pensò Sachiko. Era davvero curioso che lei desiderasse la stessa identica cosa.
"Mi fa piacere pensare..." iniziò la ragazza, con incertezza. Si fece coraggio, e alzò la testa per guardarlo dritto negli occhi. "Mi fa piacere pensare... che tu un giorno possa tornare da noi" disse, avvicinandosi a lui di qualche passo.
"E a me... fa piacere pensare..." cominciò, avvicinandosi anche lui, "che qui ci sarà sempre un posto per uno stupido idiota come me" disse, con un sorriso.
"Ma certo che ci sarà" rispose lei, avvicinandosi ancora di più. "Sempre che ti vada ancora di vivere in questa casa assieme ad un maschiaccio insensibile come me" concluse, mentre il sorriso si stava quasi trasformando in una leggera risata.
"Sicuro!" rispose il ragazzo, chiudendo ormai la distanza che fino ad un attimo fa li separava. Anche lui stava quasi ridendo.
Ma il sorriso quasi divertito di entrambi tornò immediatamente ad essere estremamente serio. Si fissarono intensamente per alcuni lunghissimi istanti, senza aprire bocca, senza neanche battere le palpebre. Ad un certo punto, gli occhi di Sachiko cominciarono lentamente ad inumidirsi, fino a che non furono completamente traboccanti di lacrime. E il resto fu solo una serie di movimenti automatici, dettati dall'istinto di entrambi.
Shinichi gettò a terra il sacco che portava ancora sulla spalla. La ragazza si mosse prima ancora che lui dicesse "vieni qui, dai", con quella dolcezza che solo lui riusciva ad avere certe volte. Il ragazzo cinse con le sue braccia le spalle e il collo di lei, stringendola al suo petto. Sachiko, aggrappandosi disperatamente con le braccia e con le mani alla sua schiena, affondò la testa nella sua maglietta all'altezza della clavicola, e cominciò a piangere come non aveva mai pianto prima in vita sua.
Ecco, era fatta, pensò. Se prima lasciarlo andare sarebbe stato difficilissimo, ora sarebbe stato impossibile. E la colpa, pensò Sachiko, era tutta sua. Sua, perchè non era riuscita ad essere forte quando era stato necessario esserlo. Sua, perchè non era riuscita a fermare le lacrime quando si era ripromessa di non piangere. E, tra i singhiozzi, si rese conto che in questo modo lei gli stava solamente rendendo le cose ancora più difficili, che lo stava mettendo ancora più in difficoltà di quanto già non fosse. E questo, se possibile, la fece piangere ancora più forte.
Ma che cosa poteva fare lei? Non era una supereroina, come quelle che si trovano nei fumetti. Non era in grado di comandare i suoi sentimenti così come era in grado di comandare il suo corpo durante un incontro. Era riuscita a sconfiggere nemici al di là di ogni immaginazione, una cosa incredibile per una ragazza di appena diciassette anni. Ma proprio perchè era una ragazza di appena diciassette anni, non riusciva a combattere il nemico per lei più potente: la verità che sentiva in fondo al suo cuore.
Non poteva opporsi ad essa, neppure se avesse lottato con tutte le sue forze per tutta l'eternità. Lei desiderava che Shinichi restasse lì accanto a lei. Che fosse sempre lì ad aiutarla e a darle coraggio quando non ne aveva, quando anche le sue forze non erano più sufficienti. Desiderava che quell'interminabile istante, assoluto ed eterno, restasse lì per sempre, reale e palpabile, vero come l'odore del ragazzo che lei poteva sentire attraverso la sua maglietta, sulla quale non aveva ancora terminato di piangere. Ma, più di ogni altra cosa, si rese conto di desiderare Shinichi e basta. Solo lui, senza nessun'altra mediazione, senza nient'altro che potesse distrarla dal pensare quanto lui fosse per lei importante e fondamentale. Lo desiderava, e non poteva fare a meno di biasimarsi per questo.
Shinichi, dal canto suo, non era messo in una situazione molto migliore. Per quanto volesse dimostrare di essere forte e di non cedere ai sentimenti, il solo pensiero di lei che piangeva lo faceva stare male, malissimo. Ad ogni singhiozzo della ragazza, lui si sentiva il cuore in gola, sempre di più. E dovette fare una fatica immensa, per riuscire a frenare le lacrime che già stavano cominciando ad annebbiargli gli occhi. Era una cosa davvero straziante.
Eppure, Shinichi provava paradossalmente anche uno strano tipo di felicità. Una piccola felicità, nel sapere che qualcuno, per la prima volta in tutti i suoi diciotto anni, stava piangendo per lui. Un qualcuno, che lui si era ripromesso di proteggere sempre e comunque. Qualcuno, che lui ora non avrebbe più potuto aiutare se ne avesse avuto bisogno. E quella piccola felicità, si trasformò all'istante in un angosciante terrore di fallimento. Una terribile stretta al cuore che lo costrinse a pensare che quella di andarsene fosse una scelta dannatamente sbagliata. Sbagliata per entrambi.
Ma che diavolo poteva fare lui? Questa decisione era già stata presa, e nulla avrebbe potuto cambiare le cose. E a poco serviva rendersi conto che il solo pensiero di allontanarsi da lei gli provocava un lancinante senso di dolore in fondo al petto. A poco serviva capire che abbandonarla lo avrebbe fatto stare male fino alla fine dei suoi giorni. Ma sapeva anche un'altra cosa. Sapeva che il motivo ufficiale della sua partenza non era molto di più di una banale scusa. Sapeva perfettamente, in realtà, che se se ne stava andando, era anche e soprattutto PER lei. Lo stava facendo per non incasinare ulteriormente la sua vita. Aggiungerle anche il peso di questo sarebbe stato troppo. Lui lo sapeva, ed era per questo che ora non poteva più tornare indietro. Andarsene, era l'unico modo per sistemare davvero le cose.
Ma di nuovo, come avrebbe potuto farlo? In che modo avrebbe trovato la forza di staccarsi da lei? In che modo avrebbe smesso di annusare i suoi capelli e di sentire la morbidezza della pelle del suo collo? Non ne aveva idea. Sapeva solo che doveva farlo, o sarebbe stato un guaio. Per tutti e due.
Sachiko sembrò aver inspiegabilmente intuito le sue intenzioni, e si staccò quindi dalla sua maglietta, asciugandosi gli occhi rossi e le guance umide con i polsi. E fu in quel momento che si accorse di avergli letteralmente inzuppato il vestito di lacrime. Se ne vergognò da morire, e prese a strofinargli la clavicola con un gesto quasi compulsivo.
"Oh mio Dio, scusami!" disse. "Ti ho bagnato tutta la maglia, che stupida..." mormorò.
"M-Ma no, tranquilla!" rispose lui all'improvviso, come riscosso dai suoi pensieri. "Non fa nulla, dico sul serio!" tentò di rassicurarla.
Ma le sue parole non sembrarono avere effetto, poiché la ragazza non si era minimamente fermata. Decise allora di fermarla lui, e per farlo le prese il viso delicatamente tra le mani. Pessima idea, pensò subito dopo. Non si era reso conto infatti che i loro visi erano davvero vicinissimi, e Shinichi aveva ancora nelle narici il profumo dei suoi capelli biondi e della sua pelle candida. Deglutì a fatica, mentre i suoi occhi stavano già cominciando a perdersi nello smeraldo di quelli di lei. Il ragazzo dovette fare ricorso a tutta la sua forza di volontà per riuscire a non diminuire ulteriormente la distanza che li separava.
Sachiko lo osservò attentamente, quasi spaventata dal suo gesto, ma al tempo stesso estasiata dalla dolcezza con la quale le sue mani si erano mosse. E si accorse che i suoi bellissimi occhi azzurri la stavano scrutando con la stessa identica espressione turbata. Arrossì terribilmente, nel rendersi conto di quanto i loro visi si fossero avvicinati, e di come sembravano avvicinarsi sempre di più.
Erano in una situazione pericolosissima. Entrambi desideravano qualcosa che li avrebbe portati alla distruzione totale. Sarebbe semplicemente bastato concludere quel gesto già iniziato, e tutto sarebbe finito. Un singolo istante di felicità assoluta, e subito dopo la fine di ogni cosa. Il Destino, pensò Shinichi, certe volte è davvero bastardo.
"Ti prego... non piangere..." disse lui, finalmente. "O farai piangere anche me. Non è così che voglio lasciarti, non voglio che la mia ultima immagine di te siano i tuoi occhi pieni di lacrime" mormorò, stupendosi egli stesso delle sue parole. Gli occhi di Sachiko stavano tuttavia per riempirsi nuovamente in seguito a quel discorso, ma la ragazza riuscì a trattenere le lacrime, e annuì impercettibilmente.
"Me lo faresti un bel sorriso?" le chiese lui, sorridendo a sua volta. E a quel punto Sachiko capì. Anche per lui sarebbe stato doloroso, almeno tanto quanto lo sarebbe stato per lei. Era stata una stupida a pensare di essere l'unica a provare tristezza e disperazione. E lui le aveva chiesto una cosa semplicissima ma al tempo stesso fondamentale. Una cosa, capì Sachiko, che gli avrebbe reso le cose molto meno difficili. E chi era lei per negargliela? Gli sorrise, quindi. Ed era un sorriso sincero, dettato dalla convinzione che quello non fosse un addio, quanto piuttosto un arrivederci. Era questo che Shinichi le aveva voluto dire, e lei lo capì perfettamente.
Al sorriso di Sachiko, il ragazzo si tranquillizzò. "Ecco, così. Ti ringrazio" disse, quasi con malinconia. La ragazza annuì di nuovo, sorridendo ancora di più e stringendo gli occhi per placare l'ultimo attacco di lacrime. "Figurati..." rispose, senza neanche sapere quello che stava dicendo. Aveva talmente tanti pensieri per la testa in quel momento, che pensare alle parole giuste da dire era semplicemente impossibile.
"Beh... sarà meglio che vada, ora" disse il ragazzo, lasciandole il viso, ormai asciutto. Sachiko si riscosse. "G-Già... tuo padre ti starà aspettando" rispose.
"Sì, infatti. Sarà meglio non farlo aspettare troppo, quel vecchio pazzo" disse sorridendo, e caricandosi nuovamente il sacco sulla spalla.
Fece appena qualche passo in direzione del portone, e poi si fermò di nuovo, come impietrito. La sua mano libera era stata improvvisamente stretta da altre due mani, piccole e calde. "Aspetta" mormorò Sachiko. Non lo avrebbe lasciato andare via senza prima avergli detto le parole che si era tenuta dentro fino a quel momento, le parole che aveva desiderato dirgli fin da quando lo aveva visto seduto lì, sul pavimento, e che non era riuscita ancora a pronunciare per via di quelle maledette lacrime incontrollabili. Shinichi si volse di scatto per guardare la ragazza, la quale stava ora portando la mano catturata alla sua guancia, annusandola e strofinandola contro il suo viso. Teneva gli occhi chiusi, come se fosse stata in un sogno. Li riaprì poi lentamente, e iniziò a guardarlo con uno sguardo colmo di tristezza e di disperata rassegnazione.
"Mi mancherai da morire, Shinichi
" bisbigliò. Ma il ragazzo sentì perfettamente. "Anche tu, Sachiko
" rispose, con il suo stesso sguardo. La ragazza gli lasciò andare la mano, e lui fece di nuovo per andare.
E dopo pochi altri passi, si fermò e si girò di nuovo, ma di sua spontanea volontà, questa volta. La guardò un'ultima volta, e sorrise.
"A presto, sorellina" disse, quasi con una leggera risata. La ragazza lo imitò subito dopo. "Sì, a presto, fratellone. Fa' buon viaggio" rispose, sorridendo anche lei.
Shinichi annuì per ringraziarla, e subito dopo si voltò di nuovo, per poi uscire veramente dalla palestra. Il ragazzo percorse a ritroso il lungo viale alberato che conduceva all'edificio dal quale era appena uscito, ma appena a metà strada dovette fermarsi nuovamente. Si appoggiò aggrappandosi istintivamente ad un albero, per non rischiare di cadere a terra come un peso morto.
Il cuore gli faceva malissimo.
Non sarebbe stato facile.
Non sarebbe stato facile per niente.















Comments
Non trovo le parole per ringraziarti, sei stato davvero gentilissimo e i tuoi complimenti mi hanno fatto davvero molto piacere!
Sono contento di vedere che sono riuscito a far comprendere quali fossero i sentimenti dei protagonisti, perchè era ovviamente la cosa più importante, molto più della trama
Per ora questo "libro" è composto unicamente da piccoli frammenti incompleti simili a questo. Non ho idea se riuscirò mai a unirli assieme per farne una cosa unica. Mi piacerebbe moltissimo farlo, questo è poco ma sicuro
Grazie ancora per il tuo bellissimo commento! A presto!
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